Il «Cammino di Sicilia»

 

Prepari lo zaino, collaudi le scarpe da trekking, cerchi di stimare il livello di fatica per giornata, sommi il quantitativo d’acqua necessario, dividi per i km da percorrere, moltiplichi per le parti in salita. E poi parti.

Parti e i tuoi occhi vedono, tra le prime cose, alle prime luci dell’alba, la maestosità della Cattedrale di Palermo che, con il suo stile bizantino|arabo|normanno, riassume già la miscellanea tipica della città su cui sorge. Attraversi Corso Calatafimi (l’interminabile Corso Calatafimi) ed ecco che la prima salita ti si prospetta davanti. Prendi un respiro profondo. E inizi. La fatica è già lì, ma basta voltarsi e guardare il litorale palermitano dall’alto, individuare la Cala ed il porto per ricaricare la tua energia. Continui la salita e la fatica è ripagata dal fascino inestimabile del Duomo di Monreale, dal suo Cristo d’oro e dal suo chiostro, figlio perfetto della dominazione araba in Sicilia. La pausa è breve e riprendi il tuo cammino. La giornata è intensa, attraversi piccoli paesini, li superi e ti ritrovi in sentieri in salita che sovrastano il tuo percorso iniziale; sai che dovrai valicare delle colline e, una volta fatto, una nuova parte di cammino ti si prospetterà davanti con tutta la sua lunghezza e intensità. I primi dolori iniziano a farsi sentire. Ma poi arrivi a Santa Cristina Gela. L’incredibile cannolo (tipico dolce dell’intera Sicilia, ma dalla bontà inestimabile in queste zone) è la ricompensa perfetta per il raggiungimento della tua prima tappa. Vieni accolto da una famiglia che ti invita a banchettare con loro. Ridi, ti racconti, ascolti, condividi. E poi è di nuovo mattina. Zaino in spalla e via!

I paesaggi sono nuovi, lasci il mar Tirreno della costa palermitana alle tue spalle e ti incammini nell’entroterra. E’ agosto. La mietitura è già avvenuta. Ma il giallo dei campi rimane il colore predominante. Giorno dopo giorno pensi che i dolori passeranno (no, non lo fanno), che la fatica si ridurrà (no, non accade) e che le salite saranno sempre meno (no, sono sempre lì, in agguato!). Ma giorno dopo giorno capisci anche che tutto ciò è solo un piccolissimo prezzo da pagare per poter godere delle meraviglie che si presentano ai tuoi occhi, un piccolo prezzo per la gioia di conquistare una nuova meta ogni volta. E fatica e dolore e salite li dimentichi.

E ti rimangono nel cuore altre cose: aver attraversato il paesino di Corleone, con le sue cento Chiese, per poi ammirarlo dall’alto. Esser passato dinanzi ad un casolare che, con le nuvole alle sue spalle ed un cielo di un azzurro incredibile, sembrava un dipinto; e aver lì chiacchierato con dei pastori che, offrendoti dell’acqua fresca, ti indicavano la strada. Essere arrivato a Prizzi dopo aver costeggiato il suo lago, per scoprire che la dominano tre torri – risalenti a tre diverse dominazioni – e che di fronte a lei sorge la mitologica «Montagna dei Cavalli», che accoglie le rovine dell’antica Hippana e alle cui pendici scorre il Fiume Sosio. Scoprire lì la genuinità della gente, pronta ad accoglierti come se fossi un vecchio amico che non vedono da tanto tempo, da coccolare e aggiornare su quanto accaduto in paese durante la tua assenza. Incontrare, nella strada tra Prizzi e Castronovo una cucciolata di cinque cagnolini che vive all’ombra di una roccia e che, dopo averti scrutato abilmente, inizia a circondarti e a giocare con te come se fossi il loro padrone appena rientrato a casa. Attraversare Castronovo di notte, per rimetterti in cammino, ed ammirare il fascino di questo paesino che sorge sotto un’imponente parete rocciosa. Arrivare a Cammarata (che, magari, è anche il paesino dove sei cresciuto) dopo aver guadato il fiume Platani, attraversato campi di grano e campagne rigogliose, circondate da fichi d’India i cui frutti sono già maturi. Vedere una Cammarata ancora più bella, con il suo centro storico arricchito da colorati murales. Continuare il tuo cammino e giungere al di sotto dell’imponente monte San Paolino e dalle sue pendici, una volta lasciata Sutera e fatto colazione a Campofranco, ripartire alla volta di Racalmuto: scoprirne la fontana «Novi Cannola» e le diciotto chiese dagli stili più svariati. Come ogni mattina, vedere l’alba da un punto diverso. Attraversare l’allegro corso della cittadina di Grotte, già popolato alle sette e trenta del mattino; prendere una granulosa in piazza a Comitini, mentre alcuni anziani signori ti invitano a rimanere per il concerto della sera, in onore della festa del paese; approfittare di Aragona per la siesta pomeridiana e riprendere a camminare verso la penultima meta; arrivare a Joppolo Giancaxio, con il suo imponente Castello Ducale e sentirsi, tra la piazza e la chiesa del centro, a casa propria. Ricominciare la marcia all’alba.

Ma questa volta inizi ad intravedere Agrigento, consapevole di essere vicino alla fine del tuo cammino, e cominci a far spazio ad un po’ di nostalgia. Giungi alla Cattedrale, immersa nel giallo del tufo del suo quartiere antico, e da quell’altezza ammiri il turchese del Mar Mediterraneo sotto di te.

Hai attraversato la Sicilia Occidentale. Hai percorso 180 km. Hai guardato con occhi diversi cose che vedevi da sempre ma che non immaginavi così tanto belle.

Hai messo via lo zaino. E ora stai lì, aspettando di riempirlo di nuovo.

 

Per tutte le informazioni pratiche sul Cammino di Sicilia, visitate il sito http://www.magnaviafrancigena.it

7 Comments

  1. Emozionante, davvero! Non vedo l’ora di cominciare, sembra un’esperienza magnifica da come raccontate…
    Ma, un’informazione, in media partendo all’alba verso che ora si arriva alla conclusione di una tappa?

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    1. E lo è, un’esperienza magnifica!
      Considera che, facendolo in agosto, per non patire troppo il sole ed il caldo, stavamo fermi circa due ore intorno al mezzogiorno, arrivando così alla tappa intorno alle 17.30 / 18.00 per le tappe sopra i 20km.

      Buon cammino!

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