Favignana. Profumo di mare condito

Testo . Diletta Di Marco | Foto . Laura Ocello

Quando di un antico passato non sussiste niente, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più intensi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora a lungo, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, a reggere, senza piegarsi, sulla loro gocciolina quasi impalpabile, l’immenso edificio del ricordo.

Marcel Proust

Ecco che quel famoso «particolare immenso» che, in un istante, ci guida al cuore delle cose, nella sua intimità più profonda, nei recessi, spesso inconfessati, del nostro vissuto, mi si è rivelato.

Questo fenomeno, assai raro e speciale al tempo stesso, è noto come ‘sindrome di Proust’ ed è quella sensazione esatta d’epifania sconvolgente che anche il più contaminato e diffidente dei siciliani prova, varcando il porto di Favignana. È sempre una fortuna ritrovarsi in un posto dimenticato ma vivido nell’anima, una strana sensazione di sentirsi a casa, in un luogo straniero.

L’isola di Favignana è un’esplosione di odori da vivere annusando ad occhi spenti. Una magia che ti entra dentro, sotto forma d’aria, ma che si trasforma subito in sensazioni dense che scorrono tra le vene e raggiungono i luoghi più segreti. L’odore di Favignana è un’onda liquida che investe il palato e scende fino allo stomaco, una frizzante lingua d’aria che solletica la pelle arrostita da un sole africano cocente, un aroma che profuma di un odore semplice, quasi selvaggio e primitivo.

In questo lembo di terra, l’odore che si fa profumo si veste dell’olezzo del pesce del porto, annunciato dalle grida perpetue dei gabbiani voraci, corre veloce sulle porte delle botteghe addobbate da pietanze a base di mattanza e capperi, si ferma sugli angoli tra i cespugli selvatici e, chiuso stretto tra due fette di “pane cunzato”, vola via con lo scirocco verso terre più remote. L’olfatto, in terre come queste, amplifica le sue funzioni, arriva su in cima alla gola e si stabilizza all’altezza del cuore, dove trova dimora e se ne impossessa per sempre. L’effluvio della terra bagnata, dopo il caldo afoso, si diffonde nei luoghi facendo propria la malinconia dei turisti.

La salsedine brucia il viso mentre i piedi veloci corrono sui pedali impolverati delle vecchie biciclette cigolanti dell’isola. L’odore dell’alba che si profuma del vento di tramontana è il triste presagio di un ritorno imminente. E solo alla fine capisco che Favignana è dentro ogni goccia del mio pianto: quel salato che pizzica di menta che riga la mia faccia non è altro che il lascito di una terra che sempre attraverso il suo profumo mi farà da casa. Un odore che subito ti dice, senza sbagli, quel che ti serve sapere.

Un bisogno di cui non conosci necessità ma che, una volta provato, non ti abbandona. Un luogo che non conosce direzioni ma che si serve solo di profumi per lasciarti capire che tu gli appartieni.

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