Luce. Il Cretto di Burri

«There’s a crack, a crack in everything, that’s how the light gets in». 

Leonard Cohen

«Esiste una crepa, una crepa in ogni cosa; è in questo modo che la luce riesce ad entrare». 

Quello che passò alla storia come terremoto del Belice fu un violentissimo evento sismico che colpì la Sicilia Occidentale in un freddo pomeriggio di gennaio del 1968, piegando intere comunità delle provincie di Trapani, Palermo e Agrigento. Furono momenti di terrore e brutalità, che portarono con sé un triste elenco di morti e feriti, fiumi di devastazione e una lenta agonia, dalla quale molte cittadine riuscirono a stento a riemergere.

Se, come chi scrive, appartieni a quella generazione di “millenials” nata da quelle parti dagli anni 80 in poi, probabilmente avrai sentito i racconti di chi – nelle notti di paura che seguirono – era presente. Dello stare all’erta che faceva svegliare di soprassalto grandi e piccini e delle migrazioni verso le campagne, con amici e parenti, a condividere lo spirito di sopravvivenza che da sempre salva l’uomo dal peggio.

Chi rimase, riuscì ad abituarsi ad una nuova vita. Molte città, non si abituarono mai più. Gibellina – cittadina del Trapanese il cui nome significherebbe «piccola altura» – fu interamente rasa al suolo. Quando finalmente iniziarono i lavori di ricostruzione, il paese fu letteralmente spostato a valle, a circa 20 chilometri dalla sua posizione originaria. La nuova località in pianura le fu donata dalla vicina Salemi, città arabo-medievale, anch’essa mutilata – ma non distrutta – dal terribile terremoto. Quest’ultima assistette al crollo della propria Madrice, immensa struttura che incorniciava, insieme al castello medievale, la piazza Alicia del centro storico. L’imponente rudere fu lasciato all’incuria del tempo per molti anni e recuperato soltanto a partire dal 1991 grazie ad un’intervento di riqualificazione dell’architetto portoghese Álvaro Siza. Fu così che la luce torno a battere sulla piazza di tufo.

Nella scelta di ricostruire quella che poi avrebbe assunto le sembianze di «Nuova Gibellina», il sindaco dell’epoca fece la visionaria scelta di contattare artisti di fama internazionale ad installare opere architettoniche e di arte contemporanea, per dare vita a una città che fosse davvero “nuova”, nella forma e nello spirito. 

Il risultato ultimo di tale decisione è oggi un percorso tra opere a cielo aperto, in uno scenario affascinante e, allo stesso tempo, paradossale: la via di accesso al paese è segnata dalla Porta del Belice, un’alta struttura a forma di stella, realizzata dall’inventiva di Pietro Consagra, a simboleggiare la nuova identità civica. Nell’attraversare il paesaggio caratterizzato da case a due piani, dalla schematicità ordinata ed inquieta, l’attenzione non può che essere catturata da un’abnorme sfera bianca che emerge al di sopra un edificio dai ripetuti stagli triangolari. La Chiesa Madre, progettata dall’urbanista Ludovico Quaroni nei primi anni ’70, è con il suo globo bianco un esempio di modernità dall’estremo fascino; muoversi lungo il suo perimetro ti lascia addosso la sensazione di trovarsi in un luogo mistico e a tratti spaziale, in forte dissonanza rispetto alla percezione del contesto tutto intorno. 

Un susseguirsi di istallazioni, di opere enigmatiche ed esplicite. Di murales e di costruzioni avviate e mai più ultimate. Uno stato di caos e di contrasti che porta a riappacificarsi nell’estrema simmetria del Sistema delle Piazze, un insieme di cortili che si susseguono in maniera prospettica, opera architettonica progettata da Franco Purini e Laura Thermes.

Se la percezione di Nuova Gibellina non può che essere un’esperienza soggettiva e personale, è possibile parlare oggettivamente del positivo effetto domino che tali interventi ebbero su tutto il territorio. A pochi km di distanza sorge oggi la Fondazione Orestiadi, nell’antica masseria del Baglio di Stefano, anch’essa ricostruita dopo il terremoto della Valle del Belice. Se la struttura accoglie al suo interno la collezione d’opere di arte contemporanea, è il patio interno a lasciare senza fiato. Lì sorge maestosa la Montagna di Sale, opera realizzata da Mimmo Paladino in occasione delle Orestiadi del 1990: cavalli in legno sono intrappolati all’interno della bianca montagna – realizzata in cemento, vetro-resina e pietrisco – a contrastare contro il cielo azzurro e l’arida campagna siciliana tutto intorno.

Giunto sin qui, ti starai probabilmente chiedendo quali furono le sorti della “vecchia Gibellina”, distrutta dalla furia di quel pomeriggio del ’68. 

«Compattiamo le macerie, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne il ricordo di quest’avvenimento.»

Alberto Burri progettò così una delle opere di land art più estese al mondo. Il Grande Cretto di Burri intervenne dunque a cementificare le macerie rimaste dal terremoto, ricostruendo e ripercorrendo però le vie ed i vicoli della città distrutta. Un mausoleo di Gibellina a cielo aperto, la cui vista dall’alto non è altro che un’immensa distesa bianca, interrotta soltanto da crepe frastagliate a replicare l’antico percorso urbano.

Muoversi al suo interno è una commistione di fascino e memoria, come se si stesse percorrendo un labirinto che, comunque vada, sai che ti ricondurrà alla tua terra. Degli spazi aperti ad interrompere il cemento, per indicare che la luce può davvero entrare, occorre solo aprire una crepa per farle strada. 

Foto . Enrica Consiglio

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